Referendum sul cambio nome in Macedonia. Una situazione complicata.

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Domenica sarà scritto un nuovo capitolo della diatriba tra Macedonia e Grecia in merito alla denominazione della repubblica ex jugoslava.

Dal 1991 infatti, data dell’indipendenza macedone, la Grecia ha sostenuto che il nome del paese implicava rivendicazioni territoriali sulla Macedonia greca (regione settentrionale e storica della Grecia con capoluogo Salonicco) ed ha quindi contestato l’uso di ‘Macedonia’ da parte del nuovo stato.

Tutto ciò ha bloccato l’ingresso della Macedonia tanto alla Nato quanto all’Unione Europea, per via del veto a quest’adesione di Atene. Blocco che era stato posto anche sull’ingresso alle Nazioni Unite, poi superato nel 1993 con l’adozione, all’interno dell’ONU, della denominazione “Ex Repubblica Jugoslavia di Macedonia”.

Tra i due paesi si tentò svariate volte di trovare un accordo per superare lo stallo, ma fu un nulla di fatto fino a quando qualche mese fa il Primo Ministro graco Tsipras e l’omologo macedone Zaev annunciarono di essere riusciti a trovare un accordo che prevedeva la nuova denominazione “Repubblica della Macedonia del Nord”. In cambio Skopje otterrebbe cosi l’ok da parte della Grecia all’ingresso tanto all’UE quanto alla Nato.

Il momento in cui Grecia e Macedonia firmano l’accordo

L’accordo fra i due leader, dopo aver passato il primo vaglio del parlamento macedone, sarà proposto domenica 30 settembre agli elettori che in un Referendum consultivo dovranno scegliere di barrare il SI o il NO al seguente quesito :

“Sei favorevole all’adesione all’Unione europea e alla NATO accettando l’accordo tra la Repubblica di Macedonia e la Repubblica di Grecia? “

Come detto si parla di un referendum consultivo, come tale non è dunque vincolante e serve per lo più al Premier socialdemocratico Zaev a convincere almeno 2/3 del Parlamento della bontà dell’accordo in vista del voto sulla modifica della Costituzione.
Sarà quello infatti lo step successivo (e molto più difficile) che questo lungo iter dovrà passare prima di poter scrivere la parola fine a questo stallo.

Le urne resteranno aperte dalle ore 7 alle ore 19. Non è stato permesso effettuare sondaggi in questi ultimi mesi di campagna elettorale e le ultime rilevazioni (fine luglio) mostravano un elettorato fortemente propenso all’accoglimento dell’accordo, anche se è incerto il raggiungimento del quorum, fissato al 50% della partecipazione da superare.

La posta in gioco, tanto per l’adesione all’UE quanto per quella alla Nato, ha inoltre innescato una battaglia geopolitica tra chi come gli USA sostiene la necessità che il paese volti pagina ed accetti l’accordo, e chi come la Russia si oppone velatamente all’iniziativa e “finanzia” (a detta del segretario alla Difesa americano, James Mattis) il partito di opposizione VMRO-DPMNE, che da mesi ha lanciato una campagna per boicottare la consultazione.

Il segretario USA alla Difesa James Mattis ed il Premier macedone Zaev

Anche diversi leader europei si sono spesi in prima persona in queste ultime settimane di campagna elettorale macedone al fianco del Premier ed a favore del si, tra gli altri Angela Merkel, Emmanuel Macron ma anche l’austriaco Sebastian Kurz.

Si oppone invece fermamente al cambio di denominazione il Presidente della Repubblica di Macedonia Gjorge Ivanov, eletto nel 2014 tra le fila dell’attuale opposizione (VMRO-DPMNE), che ha invitato i cittadini a disertare i seggi.

A complicare ancor di più la situazione c’è il fatto che il referendum di domenica non è l’ultimo, ne il più difficile, capitolo di questo storia, in quanto entro fine anno il parlamento di Skopje dovrà approvare con una maggioranza di 2/3 le modifiche costituzionali necessarie a recepire quest’accordo (qualora lo stesso uscisse legittimato dal referendum).

Questione complicata se pensiamo che al momento la maggioranza di governo, favorevole all’accordo, può contare su 71 degli 80 voti necessari. Voti che per forza di cose dovranno essere cercati tra le fila del partito conservatore e nazionalista VMRO-DPMNE che, come detto, si oppone all’accordo sul cambio nome, tanto da boicottare lo stesso referendum.

E se riuscissero ad ottenere i tanto agognati 80 voti ? La parola passerebbe ad Atene, che deve ancora votare per ratificare l’accordo sul quale la maggioranza scricchiola già sotto i colpi dei conservatori di ANEL, partner di governo di Alexis Tsipras, non molto convinti dell’accordo.

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