L’opposizione in Turchia

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Nel paese della mezzaluna i partiti sono in grande fermento. Le elezioni generali (presidenziali e legislative) e amministrative del 2019 si avvicinano e nessuno vuole farsi trovare impreparato ad un appuntamento ritenuto cruciale per il destino della Turchia.

Il Presidente che verrà eletto, difatti, godrà dei pieni poteri attribuiti al Capo dello Stato a seguito della riforma presidenzialista, approvata nel referendum costituzionale dell’Aprile 2017.

Mentre il Presidente Recep Tayyip Erdoğan ha rafforzato sempre più la propria posizione con la ri-assunzione della leadership del proprio partito, l’AKP, e il continuo rinnovo dello stato d’emergenza, a seguito del tentato golpe del Luglio 2016, le opposizioni si riorganizzano ma sembrano incapaci di fare fronte comune contro l’uomo forte di Ankara.

 

Il principale partito d’opposizione, i socialdemocratici e kemalisti del CHP, vanno a Congresso nella giornata di oggi.

I 1275 delegati avranno il compito di eleggere il nuovo Presidente, i 60 membri dell’Assemblea del partito e i 15 componenti della Commissione Disciplinare.

I candidati alla leadership sono il leader uscente Kemal Kılıçdaroğlu e il deputato Muharrem Ince, che ripropongono così la sfida del 2014 dove Kılıçdaroğlu vinse con circa il 64%. Altri 3 esponenti hanno annunciato la propria candidatura ma difficilmente raccoglieranno le 127 firme dei delegati necessarie per la presentazione.

Il Presidente è eletto a scrutinio segreto ed è sufficiente la maggioranza semplice dei voti.

 

 

nazionalisti dell’MHP, braccio politico dei Lupi Grigi, sembrano invece aver abbandonato de facto l’opposizione. Dopo aver garantito i numeri in Parlamento per l’approvazione della riforma presidenzialista e appoggiato numerosi provvedimenti dell’AKP, il leader Devlet Bahçeli ha annunciato che il partito non presenterà alcun candidato alle elezioni presidenziali del 2019 e che appoggerà il Presidente Erdogan.

 

I socialisti libertari e anticapitalisti del Partito Democratico dei Popoli (HDP) hanno visto negli scorsi mesi i loro vertici decapitati, con l’arresto dei co-leader Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ per terrorismo. Dopo l’elezione di Serpil Kemalbay in sostituzione della Yüksekdağ, il movimento va a Congresso l’11 Febbraio per eleggere nuovamente entrambi i co-Presidenti, in sostituzione anche di Demirtaş che ha rinunciato alla sua riconferma. Pendono sull’effettiva operatività di quest’ultimo la detenzione e la richiesta di 142 anni di carcere.

 

Parliamo ora dell’İYİ Parti, il neo-nato movimento kemalista di destra guidato dall’ex Ministro degli Interni Meral Akşener.

Inizialmente membro dell’MHP, lasciò il partito dopo che questo appoggiò la riforma presidenzialista, criticabile a detta dell’Akşener per la mancanza dei c.d. “pesi e contrappesi”, i meccanismi politico-istituzionali che garantiscono l’equilibrio tra i vari poteri dello Stato.

Si oppone alla “deriva islamista” della Turchia e alle misure repressive adottate da Erdogan e dall’AKP negli ultimi anni, specialmente a seguito del tentato golpe del 2016. Promette infine di ristabilire la libertà di espressione e di ritornare al sistema parlamentare.

La Suprema Commissione Elettorale ha negato al momento al movimento la facoltà di partecipare ad alcuna tornata elettorale, non avendo il partito tenuto ancora un Congresso nazionale o Congressi provinciali.

Al giorno d’oggi difficilmente l’İYİ Parti potrà sottrarre ingente consenso all’AKP nelle elezioni parlamentari: il partito conservatore di maggioranza gode di un radicato consenso nelle zone rurali del paese. Più probabile invece un afflusso di voti proveniente da quella parte dell’elettorato dell’MHP, scontenta dell’alleanza de facto con Erdogan, e una maggiore incidenza nelle prossime elezioni presidenziali, dove la candidatura dell’Akşener potrebbe costringere il Presidente al ballottaggio.

 

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