21 Dicembre: il fronte catalano

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Mancano pochi giorni a quello che, per ora, è l’ultimo round della sfida tra la Spagna e la Catalogna: le elezioni regionali.

La tornata è stata convocata in virtù dell’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola con la quale il Primo Ministro Mariano Rajoy, previo assenso del Senato, ha sciolto il Parlamento catalano e rimosso l’esecutivo guidato dall’indipendentista Carles Puigdemont.

La Comunità Autonoma aveva tenuto il 1° Ottobre un referendum sull’indipendenza, bocciato dal Tribunal Constitucional, e, a seguito della vittoria del Sì, ha dichiarato la propria indipendenza.

I PROTAGONISTI

Blocco indipendentista

La CUP, ERC e i liberali-civici di Junts per Catalunya si battono per il divorzio da Madrid. Il fronte separatista non è però esente da divergenze interne: gli anti-capitalisti della CUP spingono per la via unilaterale per l’indipendenza, a suon di scioperi generali e disobbedienza pacifica verso lo Stato spagnolo.

I partiti dell’ex Vicepresidente Junqueras e dell’ex Presidente Puigdemont optano invece per un distacco “pactado”, ottenuto mediante un dialogo e un negoziato con Madrid, auspicando magari quel sostegno dell’Unione Europea che, ad oggi, ancora non si è visto.

Il fronte indipendentista, “personalizzando” le elezioni in una sorta di “SPAGNA SI vs SPAGNA NO” alla ricerca di un referendum-bis, cercherà dunque di acquisire la legittimazione che la consultazione del 1° Ottobre non gli ha potuto garantire, vista la soppressione del censo universale e l’affluenza sotto le aspettative, quest’ultima influenzata anche dalle azioni delle forze di sicurezza spagnole ai seggi.

 

Blocco unionista

Secondo gli analisti sarà proprio l’alta affluenza (gli ultimi sondaggi la attestano attorno all’80%) a favorire lo schieramento “Frankestein”, così come chiamato dagli oppositori, formato dal Partito Socialista Catalano, dai liberali di Ciutadans e dal Partido Popular. Le frizioni non mancano anche qui: il leader socialista Iceta si proclama unico candidato possibile della fazione alla Presidenza, tentando di sanare la frattura creatasi nella regione con la proposta d’indulto qualora i leader indipendentisti attualmente in carcere o in esilio fossero condannati, una mossa criticata dagli altri azionisti della compagine. In primo piano risalta la presenza di Ciutadans e della sua leader,Inés Arrimadas, capace in questi 2 anni di legislatura di consolidare la leadership dell’opposizione ed ergersi a prima paladina dell’unionismo, sempre più a discapito del Partido Popular, ormai relegato ai margini.

Catalunya En Comú-Podem

Il risultato che conseguirà il movimento locale espressione di Podemos, affiancato dalla piattaforma della Sindaca di Barcellona Ada Colau, sarà fondamentale per i prossimi equilibri all’interno del Parlamento regionale.

Dopo l’esautorazione dell’ex Segretario Albano Dante Fachin, che cercava un avvicinamento con le forze separatiste, si schierano contemporaneamente contro l’indipendentismo e il tripartito unionista: la loro priorità è ripristinare l’autogoverno della Generalitat. Dati gli ultimi sondaggi che vedono il blocco indipendentista oscillare a cavallo del “magic number” dei 68 seggi, saranno i risultati conseguiti dagli uomini catalani di Pablo Iglesias il vero ago della bilancia.

 

COSA DICONO I SONDAGGI? GLI ELETTORI VOTERANNO COME NEL 2015?

Vi forniamo l’ultimo sondaggio di GESOP per El Periodic.

Come si può evincere dai numeri, Giovedì ce la si giocherà sul filo del rasoio. Gli indipendentisti spaziano da un minimo di 66 seggi alle più rosee aspettative di 69, appena sopra la maggioranza assoluta fissata a quota 68.

I ridimensionamenti più netti rispetto alle elezioni del 2015 lo subiscono il Partido Popular e la CUP.

Il barometro del CIS (Centro de Investigaciones Sociológicas) ci conferma un netto travaso di voti dal partito del Premier Rajoy verso Ciutadans e dall’estrema sinistra della CUP verso la sinistra moderata di ERC. La crescita del Partito Socialista sarebbe invece frutto del convergere di voti provenienti dalla lista espressione di Podemos, controbilanciando così quella fetta di elettori rossi che vede nel decisionismo di Ciutands l’antidoto all’indipendentismo.

 

E RAJOY?

Chi si gioca molto in questa tornata è sicuramente il Capo del Governo spagnolo che, con il suo Governo, ha applicato per la prima volta nella storia costituzionale spagnola il fatidico articolo 155, la bomba nucleare contro le Comunità Autonome ribelli.

Negli scorsi giorni quest’ultimo ha dichiarato che è plausibile una nuova applicazione della famosa disposizione qualora gli indipendentisti vincessero nuovamente le elezioni e continuassero con la loro sfida contro Madrid. Il PP gode della maggioranza assoluta al Senato, la camera deputata ad autorizzare il Governo ad applicare il 155, ma già ad Ottobre Rajoy cercò la più ampia convergenza possibile sul punto.

Siamo dunque sicuri che il PSOE avallerà nuovamente un’esautorazione degli organi esecutivo e legislativo catalani? Ricordiamo che il leader del PP è a capo di un governo di minoranza, non avendo la maggioranza al Congresso (godendo però della sfiducia costruttiva: chi volesse far cadere il governo con una mozione, deve contestualmente indicare un nuovo primo ministro in alternativa). Podemos ha più volte proposto in passato di formare un nuovo governo con a capo il Segretario socialista Pedro Sánchez ma a mancare sono state la volontà e i numeri. Una nuova convocazione di elezioni anticipate in Spagna porterebbe probabilmente nuovamente ad un punto morto, visto l’oramai consolidato quadripolarismo.

Rajoy si potrebbe dunque trovare difronte ad un bivio: continuare con il pugno duro oppure aprire uno spiraglio alla Catalogna, quanto meno alla riforma federalista così come auspicato dai socialisti, una svolta che potrebbe raffreddare gli animi.

 

E SE VINCONO GLI UNIONISTI?

Gli ultimi sondaggi non delineano in alcuna maniera una maggioranza assoluta a favore del tripartito.

Scenario ibrido è un’alleanza tra ERC, PSC e CeC-Podem, sulla quale nessuna delle forze ha mai posto formalmente il veto. Così come, allo stesso tempo, la CUP non ha escluso un governo con ERC e CeC-Podem.

In entrambi i casi sono i numeri e una convergenza sulla leadership quelli che sembrerebbero latitare.

Infine, considerata l’ostilità di Podemos, è davvero difficile immaginare un governo formato dal tripartito.

Qualora vincessero gli unionisti, si prospetterebbe dunque una fase di stallo.

IL RIMEDIO ALL’IMPASSE?

Una parola che abbiamo spesso nominato: elezioni.

Il cerchio si chiuderebbe dunque così come si è aperto, con un nuovo round di questo ormai intrapreso braccio di ferro.

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